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Opere di questo autore


Giovanni Fattori

Fattori Giovanni

Livorno 1825 / Firenze 1908

Pittore, Incisore
Biografia

da A. M. Comanducci
Nato a Livorno il 6 settembre 1825, morto a Firenze il 30 agosto 1908.
Frequentò l'Accademia di Firenze (1846) dove insegnava Giuseppe Bezzuoli, ma durante quel tempo poco imparò perchè le sue misere condizioni finanziarie non gli permisero d'avere uno studio, i modelli, e molte volte anche la camera per dormire.
Il suo vero studio fu disegnare dal vero instancabilmente, in qualunque punto qualsiasi cosa gli fosse capitata sott'occhio.
Gli animali e specialmente i cavalli furono i suoi soggetti preferiti, poi disegnò soldati nei bivacchi, all'istruzione nei combattimenti.
Il primo lavoro importante che presentò al pubblico fu "La battaglia di Magenta", col quale vinse il concorso Ricasoli nel 1859, attualmente collocato nella Galleria d'Arte Moderna di Firenze.
A questo quadro ne fece seguire altri, pure di soggetto militare, come "L'attacco alla Madonna della Scoperta", conservato nel Museo Civico di Livorno; "Bivacco", nel Museo Revoltella di Trieste; "Il Principe Amedeo ferito a Custoza"; "La battaglia di Custoza"; "Lo scoppio del cassone"; "Il Carroccio"; "L'appello dopo la carica"; "Squadrone di cavalleria in partenza"; "Alle grandi manovre"; "Ritorno in caserma"; "Linea di battaglia" ed "Esercitazioni militari", entrambi nella Galleria d'Arte Moderna di Roma; "Carabinieri in perlustrazione" e "Dragoni italiani in perlustrazione", in quella di Milano.
Dopo il 1870 rivolse la sua attività a ritrarre paesaggi maremmani con mandrie di buoi e di puledri, condotti da butteri barbuti e dall'aspetto fiero, come le loro cavalcature.
Le principali opere di questo periodo sono: "Marcatura dei puledri"; "La Maremma"; "Il salto delle pecore in Maremma"; "Riposo"; "Mercato in Maremma"; "E ora?.."; "Le boscaiole"; "Il mercato di buoi"; "Cavalli al pascolo"; "Libecciata"; "L'abbeveraggio"; "In Ciociaria"; "Lo staffato"; "Conduttori di mandrie"; "L'affogato"; "Le botti rosse"; "La Rotonda di Palmieri".
Ugo Ojetti scrive di lui con sintesi e precisione: «è stato dei macchiaiuoli toscani il più schietto ed austero, non il capo, perchè taciturno ed alieno dal far teorie e dal praticarne se non con le opere».
Il Fattori fu artista nel vero senso della parola e intese l'arte come un apostolato.
Fu innovatore non per moda, ma perchè il suo spirito precorreva i tempi, tantochè ai giovani artisti che egli stimava, non indicava mai la maniera di dipingere, il che avrebbe voluto dire, secondo lui, combattere un'accademia per crearne un'altra. Egli stesso non ebbe una ricetta, pur mantenendo una spiccata personalità. Nelle sue opere si riscontrano evoluzioni e non trasformazioni.
Dipingeva per un proprio bisogno spirituale e gli ripugnava di essere costretto a ricavare dall'opera sua quel profitto che non era sempre sufficiente per l'indispensabile.
Egli infatti si accontentava di poche lire per i dipinti acquistati dai suoi pochi ammiratori, perciò gli fu preziosa la nomina, ricevuta nel 1886, di insegnante all'Accademia di Firenze.
Fu tra i non molti che al suo tempo si esercitassero nell'arte dell'acquaforte, nella quale non ebbe competitori forse nemmeno fra gli stranieri.
Eseguì ritratti, non però per commissione, e fra questi si ricordano: "Autoritratto"; quello della "sua prima moglie"; della "figliastra"; della "signorina Siccoli"; di "Diego Martelli" e di "Silvestro Lega sugli scogli".
Altre opere: "Mercato di cavalli" tela esposta con grande successo a Vienna e a Filadelfia e perduta nel naufragio del piroscafo durante il viaggio di ritorno; "Muraglia bianca", di proprietà del gr. uff. Aldo Borelli; "Buoi aggiogati", nella raccolta del comm. Clausetti di Milano; "Pattuglia di cavalleria", in quella del comm. prof. Mario Nelli; "Monaca alla questua" e "Signore in giardino", in quella del comm. Mario Vannini Parenti di Firenze.


da Le Biennali di Venezia - Esposizione 1895, 1897 e 1901
Nato a Livorno il 25 Settembre 1828; vive a Firenze. É uno dei maestri della scuola toscana.
Entrò nell'Accademia fiorentina (1847) e vi studiò sotto la direzione del prof. Giuseppe Bezzuoli.
La rivoluzione del 1848 lo distolse dagli studi e fino al 1859 produsse assai poco.
Liberatosi dalle pastoie accademiche, si fece caldo propugnatore dell'arte nuova e illustrò gli episodi più celebri della guerra dell'indipendenza italiana.
Dipinse nel 1860-1861 il primo suo quadro di soggetto militare «La battaglia di Magenta», cui tennero dietro «Attacco alla Madonna della scoperta», «Carica di cavalleria a Montebello», «Quadrato del 49° reggimento a Custoza».
Il cavallo uno dei suoi temi favoriti. Ci basti ricordare la bellissima tela: «Mercato di cavalli in piazza della Trinità a Roma» premiata a Vienna e a Filadelfia, e disgraziatamente perita nel viaggio di ritorno dall'America.
Nelle ultime mostre veneziane (1897-1899) e in quella di Torino del 1898 espose soggetti di carattere militare.

 
La Pinacoteca Corrado Giaquinto di Bari conserva 4 suoi dipinti

da Le Biennali di Venezia - Esposizione 1909
Mostre individuale
di Ugo Ojetti
Giovanni Fattori morto a Firenze il 30 d'Agosto dell'anno scorso era nato nel 1825 a Livorno.
Fino a pochi mesi prima di morire lavorava; e lavorava a un'arte che chiede occhio e mano giovanili, cioè all'incisione ad acquaforte.
L'acquaforte era stata l'ultima passione di quest'artista tumultuoso, vario, libero sempre e sempre sincero.
In Accademia a Firenze dove per la prima volta era venuto nel 1846 fu, come narra Telemaco Signorini nel suo delizioso libro di storia aneddotica, Caricaturisti e caricaturati al Caffè Michelangelo un discepolo terribile che il professor Bezzuoli chiamò matto addirittura.
Non aveva uno studio, spesso non aveva una camera dove dormire, tanto meno aveva da pagarsi i modelli.
Un giorno si mise in tasca un, albumetto e cominciò a disegnare quello che incontrava per via. Quella fu la sua vera «accademia». Subito - sono parole sue - gli animali gli piacquero più degli uomini. Quando anche sugli uomini ebbe qualche esperienza, non mutò opinione. E gli animali che gli piacquero di più furono i cavalli. Ne disegnava dovunque, in tutte le attitudini.
I cento albumetti che ancora giacciano abbandonati ma non dimenticati negli scaffali del suo studio vuoto, ne son pieni.
Allora la fotografia istantanea non esisteva. Anche quando è esistita, il Fattori l'ha disprezzata sempre.
Dopo più di dieci anni di titubanze e di curiosità più che di lavoro metodico, nel 1859, girando per Firenze sempre armato del suo albumetto e della sua matita (questo pittore di battaglie non ha mai maneggiato altre armi), incontrò alle Cascine i soldati francesi del quinto corpo d'esercito che sotto Girolamo Napoleone erano venuti giù, dicevano, a tenere in scacco le truppe papali e borboniche.
E disegnò anche quelli mentre il popolo entusiasmato li abbracciava e li applaudiva. Da allora disegnò tanti soldati quanti cavalli. E avendo il Governo provvisorio di Toscana bandito un, concorso per quattro quadri di soggetto patriottico, parti pel Campo di Magenta, a far gli studi pel gran quadro "La battaglia di Magentata" che ora è alla Galleria di Firenze.
Prima di partire si sposò. E la gita a Magenta fu il suo viaggio di nozze...
Quello fu il suo primo quadro di soggetto militare.
Ne seguirono molti altri: questo "Attacco alla Madonna della Scoperta comandato dal Generale Lamarmora" (1868) che fu comprato dai livornesi con una pubblica sottoscrizione, "Il principe Amedeo ferito a Custoza" (1870), "Le battaglie di Custoza" (1880), "Lo scoppio del cassone" e poi quelli non proprio di battaglia ma di semplice vita militare visti e dipinti seguendo d'anno in anno, sempre l'album nelle mani, le manovre del nostro esercito, come questa "Linea di battaglia" e queste "Esercitazioni militari".
Intanto dopo il 1870, vivendo come da anni viveva, con quel ribelle gruppo di pittori toscani che nella lotta contro l'Accademia avevano assunto per motto «Ingenuità e aria aperta» e si chiamavano macchajoli perché predicavano l'arte consistere non nella ricerca della forma ma nel rendere le impressioni ricevute dal vero per mezzo di semplici macchie di colore, di chiari e di scuri, - Giovanni Fattori fu dal critico d'arte Diego, Martelli, uomo agiato, scrittore preciso e amico munifico invitato a passare qualche mese d'estate e d'autunno nella sua villetta di Castiglioncello, sotto Livorno.
Del Fattori «macchiajolo» è ottimo esempio questo piccolo "Riposo tolto", appunto dalla preziosa collezione di quadri dal Martelli lasciata al Comune di Firenze.
E allo stesso Comune appartengono molte altre opere di questa raccolta, primo il "Ritratto di mia figlia" (1889) che rammenta i ritratti francesi dipinti trenta e quaranta anni fa dai migliori seguaci del Manet.
Il Fattori nella villetta di Castiglioncello ritrovò ogni anno in una gara di lavoro i suoi colleghi di rivolta ideale, Telemaco Signorini, Silvestro Lega, Cristiano Banti, Odoardo Borrani, e cominciò ad adorarvi la Maremma dalle mandre dei buoi e dai puledri quasi selvaggi ai fieri butteri silenziosi saldi in arcioni come centauri.
Quella fu, dopo i soldati, la sua seconda passione.
Centinaia d'altri studi e d'altri disegni si accumularono nei suoi scaffali e nella sua memoria che era più solida dei suoi vecchi scaffali.
Da essi negli ultimi anni, chiuso a studio dalla vecchiaja, ha tratto tutta la serie delle sue acqueforti.
Allora ne trasse "Pasteure" (1872),  "Il mercato di cavalli in piazza Montanara" (1872) perduto in un naufragio tornando dall'Esposizione di Filadelfia del 1876, "Bagno di cavalli" (1872), "Cavalli al pascolo" (1880), "Buoi al pascolo" (1886), "Il salto delle pecore" (1887), "La marca dei puledri in Maremma" (1889), "Butteri" (1893), "Maremma toscana" (1894), e qualche sobrio paese.
Negli ultimi anni un pessimismo istintivo balzò fuori da quell'animo candido in opere piccole e raccolte col vigore di un epigramma macabro: nel 1901 infatti apparve a Venezia il suo soldato morto e "Dimenticato" presso una pozza d'acqua fangosa fra una mandria di porci; adesso lo segue "Lo staffato".
In un fascio di carte manoscritte che mi consegnava pochi mesi prima di morire, trovò scritto: «A me il commercio in arte è sembrato sempre una ladroneria civilizzata. E la cortigianeria e l'intrigo a danno dei colleghi, li ho sempre disprezzati «spero di finire la mia vita cosi».
Così l'ha finita. puro, semplice e laborioso, preferendo deliberatamente agli onori e agli agi la sua immacolata e sdegnosa povertà, e all'opera che agli altri sembrasse più leggiadra e piacevole l'opera che a lui sembrava più forte e più intensa.
Non ha avuto in ottantaquattr'anni di vita, nemici se non quelli ai quali la sua stessa libertà e la sua stessa fierezza toscanamene arguta parvero, per contrasto, un'offesa dura anche se involontaria...



Cristiano Banti (bio)
Giuseppe Bezzuoli (bio)
Odoardo Borrani (bio)
Silvestro Lega (bio)
Telemaco Signorini (bio)



 

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